E quando guarderò indietro, a questi mesi,
avrò la sensazione di non aver vissuto, ma solo attraversato il tempo.
Limitandomi a restare a galla. Come un fantasma. Come un colore dimenticato
sabato 6 aprile 2013
mercoledì 3 aprile 2013
venerdì 22 marzo 2013
giovedì 21 marzo 2013
lunedì 18 marzo 2013
INTERVISTATA DA FEDERICA FERRETTI PER RUPE MUTEVOLE EDITORE.
Esordi di una scrittura
1) Da piccola stavo in disparte. Non riuscivo ad entrare in contatto con gli altri bambini. Erano qualcosa di difficile e arduo per me. A quattro anni non giocavo con loro. Rimanevo ferma a guardarli mentre si rincorrevano come belve selvagge in un giardino pieno di sole. Spalancavano le loro fauci e urlavano. Non capivo il motivo di tutto quel chiasso. Il loro diventar simili a indemoniati punti che fuggivano l'orizzonte. Non capivo il motivo di quell'esistere privo di grazia. Roboante. Un baccano infernale. Da far sanguinare le orecchie. Io mi sono sempre trovata a quel punto. E sempre, temo, mi ci troverò. Osservare da un diverso scorcio in penombra. Guardare il mondo con occhi distorti. L'accadere scandito dal mio battito ciliare. Restare in disparte, nonostante tutto. Rimanere ferma a guardare. Registrare il reale e scrivendo annullarlo. Questo, l’esordio. A quattro anni capire. L’incapacità di entrare in contatto con gli altri. Soffrirne. La scrittura poi, come un ponte gettato nel vuoto a colmare quell’abisso. Un faro potente ad illuminare me. Nell’ombra. Affinché gli altri riescano a vedermi.
Dove trova le sue parole?
2) Le sento affiorare nella vena del polso destro. Sono colpi scanditi che risuonano come rintocchi di campanile. Quando arrivano a cento io scrivo. Ho bisogno di contare fino a cento. Poi lasciarle uscire. Una danza sincopata ad appendermi il respiro. Quando scrivo la gola si occlude. Vado in apnea. Le parole mi sommergono. E nel contempo mi salvano, raccogliendomi gentili da terra.
Ha un qualche modello letterario di riferimento?
3) Divoro libri come un’orgia di sangue scomposta. Ognuno di essi penetra dentro di me e mi trasforma. Come nutrimento consono di aria e luce. Le fiabe e la poesia di Emily Dickinson sono ancelle che sostengono l’incedere spasmodico delle dita che battono sui tasti. In loro, respiro.
Riscriverebbe il medesimo libro?
4) “Céline” l’ho scritto nel dolore di una perdita. “Céline” è figlia di un lutto feroce della ragione. Prepotente è in me l’istinto di perfezionismo ossessivo. Ho scritto un romanzo a cui ho rimesso mano 70 volte in 12 anni. E tutt’ora non ne sono pienamente soddisfatta. Penso che tutto ciò che scrivo sia rivedibile, migliorabile, perfettibile. Non “Céline”. “Céline” non l’ho mai cambiata di una virgola. Per le circostanze in cui è stata scritta per me è intoccabile. Anche se volessi non potrei. E’ sacra. Perché è manifestazione di uno strazio che ha infettato carne e anima. E come tale, integra deve restare. Non potrei mai più riscrivere “Céline”. Nemmeno se volessi. E per le stesse ragioni non avrei mai potuto scrivere niente di diverso da lei, a quel tempo. “Céline” è figlia del mio tempo. Di quel tempo particolare in cui ho camminato vicino al cratere della vertigine. Un tempo in cui ho perduto me stessa. Ed è uno strano destino, quello di questo libro. Concepito in un momento doloroso. Ha visto la luce della pubblicazione in un momento altrettanto doloroso. Anzi di più. E’ un ciclo, forse. Ed io sono di nuovo sospesa ferocemente su quel baratro.
Quanto viene influenzata dalla contemporaneità?
5) Nella mia casa io abito. Da sola. Con il mio cane. Appoggiata appena ai muri silenti che sostengono il mio corpo. Il cuore di nero vestito come in una deviante monacazione. Ferma. Immobile. Non è il mondo che mi è lontano. Sono io ad essere lontana da lui. E scrivo, scrivo per sopportarne bellezza e brutture. Perché non so fare altro. Scrivo per sopportare tutto questo.
Sente l'influsso della rete nel suo sentire?
6) Ho un blog, aperto nel 2007, sul quale tutt’ora scrivo (www.demoniafuriosa.blogspot.co m).
Mi piace definirlo come il tempio della mia anima. Quasi una casa a cui
far ritorno sempre e comunque. Porto sicuro del mio mare in tempesta.
Si bussa tre volte per entrare. In punta di piedi come in un’elegante
danza. Ho inoltre un profilo e una pagina facebook (https://www.facebook.com/ BarbaraBertucci.83).
Questi però sono solo strumenti. Finestre che apro al mondo affinché
chiunque possa leggermi, apprezzarmi o lapidarmi. A seconda dei gusti.
La mia scrittura non ha niente a che fare con tutto ciò. Necessita di
silenzio. O di musica in sottofondo. Preferibilmente Schubert o le L7.
Progetti per il futuro.
7) Addestrare un pipistrello. Pubblicare il libro dalle 70 e passa stesure. E coltivare un vaso di eliotropi sul davanzale della finestra. Ma per il momento l’unica occupazione che mi riguarda è occuparmi del mio babbo, affetto da mesotelioma pleurico a causa dell’esposizione all’amianto nei trent’anni di lavoro in fabbrica.
1) Da piccola stavo in disparte. Non riuscivo ad entrare in contatto con gli altri bambini. Erano qualcosa di difficile e arduo per me. A quattro anni non giocavo con loro. Rimanevo ferma a guardarli mentre si rincorrevano come belve selvagge in un giardino pieno di sole. Spalancavano le loro fauci e urlavano. Non capivo il motivo di tutto quel chiasso. Il loro diventar simili a indemoniati punti che fuggivano l'orizzonte. Non capivo il motivo di quell'esistere privo di grazia. Roboante. Un baccano infernale. Da far sanguinare le orecchie. Io mi sono sempre trovata a quel punto. E sempre, temo, mi ci troverò. Osservare da un diverso scorcio in penombra. Guardare il mondo con occhi distorti. L'accadere scandito dal mio battito ciliare. Restare in disparte, nonostante tutto. Rimanere ferma a guardare. Registrare il reale e scrivendo annullarlo. Questo, l’esordio. A quattro anni capire. L’incapacità di entrare in contatto con gli altri. Soffrirne. La scrittura poi, come un ponte gettato nel vuoto a colmare quell’abisso. Un faro potente ad illuminare me. Nell’ombra. Affinché gli altri riescano a vedermi.
Dove trova le sue parole?
2) Le sento affiorare nella vena del polso destro. Sono colpi scanditi che risuonano come rintocchi di campanile. Quando arrivano a cento io scrivo. Ho bisogno di contare fino a cento. Poi lasciarle uscire. Una danza sincopata ad appendermi il respiro. Quando scrivo la gola si occlude. Vado in apnea. Le parole mi sommergono. E nel contempo mi salvano, raccogliendomi gentili da terra.
Ha un qualche modello letterario di riferimento?
3) Divoro libri come un’orgia di sangue scomposta. Ognuno di essi penetra dentro di me e mi trasforma. Come nutrimento consono di aria e luce. Le fiabe e la poesia di Emily Dickinson sono ancelle che sostengono l’incedere spasmodico delle dita che battono sui tasti. In loro, respiro.
Riscriverebbe il medesimo libro?
4) “Céline” l’ho scritto nel dolore di una perdita. “Céline” è figlia di un lutto feroce della ragione. Prepotente è in me l’istinto di perfezionismo ossessivo. Ho scritto un romanzo a cui ho rimesso mano 70 volte in 12 anni. E tutt’ora non ne sono pienamente soddisfatta. Penso che tutto ciò che scrivo sia rivedibile, migliorabile, perfettibile. Non “Céline”. “Céline” non l’ho mai cambiata di una virgola. Per le circostanze in cui è stata scritta per me è intoccabile. Anche se volessi non potrei. E’ sacra. Perché è manifestazione di uno strazio che ha infettato carne e anima. E come tale, integra deve restare. Non potrei mai più riscrivere “Céline”. Nemmeno se volessi. E per le stesse ragioni non avrei mai potuto scrivere niente di diverso da lei, a quel tempo. “Céline” è figlia del mio tempo. Di quel tempo particolare in cui ho camminato vicino al cratere della vertigine. Un tempo in cui ho perduto me stessa. Ed è uno strano destino, quello di questo libro. Concepito in un momento doloroso. Ha visto la luce della pubblicazione in un momento altrettanto doloroso. Anzi di più. E’ un ciclo, forse. Ed io sono di nuovo sospesa ferocemente su quel baratro.
Quanto viene influenzata dalla contemporaneità?
5) Nella mia casa io abito. Da sola. Con il mio cane. Appoggiata appena ai muri silenti che sostengono il mio corpo. Il cuore di nero vestito come in una deviante monacazione. Ferma. Immobile. Non è il mondo che mi è lontano. Sono io ad essere lontana da lui. E scrivo, scrivo per sopportarne bellezza e brutture. Perché non so fare altro. Scrivo per sopportare tutto questo.
Sente l'influsso della rete nel suo sentire?
6) Ho un blog, aperto nel 2007, sul quale tutt’ora scrivo (www.demoniafuriosa.blogspot.co
Progetti per il futuro.
7) Addestrare un pipistrello. Pubblicare il libro dalle 70 e passa stesure. E coltivare un vaso di eliotropi sul davanzale della finestra. Ma per il momento l’unica occupazione che mi riguarda è occuparmi del mio babbo, affetto da mesotelioma pleurico a causa dell’esposizione all’amianto nei trent’anni di lavoro in fabbrica.
sabato 9 marzo 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
sabato 16 febbraio 2013
mercoledì 13 febbraio 2013
QUANDO MI FECERO A PEZZI
Penso molto alla frammentazione del sé in questo periodo. E' un concetto a cui bene o male mi capita di tornare sovente col pensiero. Per il lavoro. E per altro. E' qualcosa che mi crea inquietudine, eppure ha lo stesso fascino magnetico di una vertigine che invoca sontuosi slanci nel vuoto. Mi crea fastidio parlare di me. Non so in che termini affrontare la questione, ora. Mi avverto così disgregata. Guardo alla mia vita come fili multicolori di lana che si sovrappongono senza mai toccarsi veramente. Ogni filo resta isolato dall'altro. Come se ad ogni stagione, tramonto del sole, libro che leggo, cose di cui m'innamoro, persone che entrano nella mia vita e che più spesso ne escono, io non avvertissi mai una contiguità assoluta dell'anima. Come se vivessi centinaia di copioni diversi. Ogni debutto, un'afflizione. Ogni maschera che m'imprigiona il volto, un supplizio. Un'interruzione continua. Quando la luce ritorna io riparto da capo. Quante vite si possono vivere in trent'anni. Le guardo e mi sembrano tutte vissute da attrici diverse. Ma non è nemmeno questo il punto. Io mi rivedo in quelle attrici, quasi fosse una visione letteraria. Eppure non avverto nessuna empatia simbiotica con quei cuori e quei pensieri. So che erano miei. Da me propagavano. Eppure non li riconosco. Sarei incapace di scrivere un'autobiografia. Nemmeno nella scrittura trovo unitarietà. E non per questioni di stati d'animo o chiari di luna. La mia scrittura è segno tangibile, edificata con tante lacrime, di quell'inconsistenza che sono mentre esistente mi penso. E' vaticinio cacofonico. Le parole -sono grida che al cielo salgono- una disumana preghiera. Sono i tanti pezzetti di me che si sparpagliano al suolo. Non sapere chi sono. Non riuscire a raccoglierli. Non riuscire ad avvertirmi come unità. Mai. Non sapere niente della vita, del mondo, di me stessa. E da qualche mese a questa parte, saperne ancora meno.
mercoledì 6 febbraio 2013
Spesso i libri vengono da te, non per caso.
L'altra sera, tediata dalla tv e da internet, decisi di prendere un libro a caso dalla mia fornita libreria e passare in sua compagnia la serata. La scelta cadde sul "Barone Rampante" di Italo Calvino, che diciamocelo, è sempre una buona lettura. La prima sera lo trovai carino, divertente, davvero molto piacevole. La seconda sera lo trovai stupendo. Lo trovai mio. Cucito addosso alla mia pelle.
Impressionantemente biografico. Me ne innamorai definitivamente.
Perchè vedete, io ora mi sento proprio come Cosimo Piovasco di Rondò.
Mi sento come sopra gli alberi. Lontana da tutto.
E pur stando da sola, riesco sempre a sentirmi dalla parte del prossimo.
L'altra sera, tediata dalla tv e da internet, decisi di prendere un libro a caso dalla mia fornita libreria e passare in sua compagnia la serata. La scelta cadde sul "Barone Rampante" di Italo Calvino, che diciamocelo, è sempre una buona lettura. La prima sera lo trovai carino, divertente, davvero molto piacevole. La seconda sera lo trovai stupendo. Lo trovai mio. Cucito addosso alla mia pelle.
Impressionantemente biografico. Me ne innamorai definitivamente.
Perchè vedete, io ora mi sento proprio come Cosimo Piovasco di Rondò.
Mi sento come sopra gli alberi. Lontana da tutto.
E pur stando da sola, riesco sempre a sentirmi dalla parte del prossimo.
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